Pochi giorni or sono, commentando un sondaggio condotto tra le imprese associate, il Presidente dell'API di Modena, osservava un dato apparentemente sconcertante costituito dal giudizio severo espresso dalla quasi totalità delle imprese intervistate ed associate alla sua organizzazione sulla rappresentatività delle stesse e sul crescente scollamento tra le associazioni rappresentative e la base sociale.
In parole povere, le imprese lamentavano una crescente distanza tra le loro istanze ed esigenze e quanto effettivamente promuovevano le associazioni di categoria.
Se pensiamo che questo sondaggio è stato condotto tra imprese associate, per di più ad una associazione di categoria piuttosto attiva, possiamo ben comprendere come il fenomeno dello scollamento tra rappresentati e rappresentanti, non sia solamente un problema drammatico della politica.
Senza voler enfatizzare alcunché vorremmo partire, da questo dato (anche per evitare la facile accusa di partigianeria politica), perchè esso costituisce un campanello d'allarme fortissimo per la nostra società ed evidenzia la necessità di una importante correzione di rotta rispetto a schemi tradizionali, oggi inevitabilmente datati e superati.
La sgradevole sensazione che spesso si ha, in generale, di una scarsa rappresentatività delle cosiddette forze sociali, è cosa che deve seriamente preoccupare perchè segnala una anomalia potenzialmente pericolosa per l'intero Paese.
E' difficile, in poche parole, sviluppare una analisi corretta di questo complesso fenomeno, ma senza dubbio alcuno, esso è figlio legittimo anche di un modo di rapportarsi con le Istituzioni antico e non più proponibile basato essenzialmente sulla distribuzione delle risorse pubbliche in maniera più o meno equa a seconda dei “ritorni” dell'interlocutore di turno, intrinsecamente discutibile ma soprattutto non più percorribile.
Succede così che la stessa tanto sbandierata concertazione con parti sociali così poco rappresentative di tutta la realtà, risulti essere poco più di un falso, uno specchietto per le allodole, un mettersi a posto la coscienza, un esercizio finto di democrazia da parte della RER.
Alla politica come al mondo dell'impresa e del lavoro, la realtà, oggi chiede cose diverse e, in primo luogo chiede loro di essere parte del motore di sviluppo dell'economia italiana, condizione senza la quale difficilmente è possibile attivare adeguate politiche di sviluppo sociale di cui il Paese stesso reclama a gran voce il miglioramento.
Non è questa la sede per sviluppare un discorso complesso ed articolato in materia, ma resta il fatto che tra gli elementi della crisi che viviamo, quella della rappresentanza evidenzia una forte rilevanza.
In tal senso si pone con forza l'esigenza di riflettere in merito, ma soprattutto di cominciare ad agire pena guai ben più gravi di quelli che stiamo già vivendo.
La realtà di oggi, infatti, marca una situazione molto grave che vede la formazione professionale emiliano romagnola, languire in una condizione sempre più difficile, gravata continuamente da inutili e pesanti condizionamenti burocratici, priva di una politica di qualsiasi genere a cui fare
riferimento e quindi di indicazioni operative credibili e praticabili da parte, in particolare, della Regione che assente dallo scenario, assomiglia sempre più ad un impenetrabile “muro di gomma” refrattario ad ogni sollecitazione spesso anche di mero buon senso.
Quello che fu uno dei sistemi di formazione più avanzati per efficacia ed efficienza del nostro Paese, oggi arranca faticosamente cercando di sopravvivere anche se nella sempre più diffusa convinzione della crescente inefficacia della sua azione.
Un sistema, quello della formazione professionale emiliano romagnolo, che ha brillato, per anni per la professionalità dei suoi operatori, per la vivacità delle sue innovazioni, per l'efficacia delle sue attività, per la rispondenza ai bisogni della società in cui siamo chiamati ad operare, ma che da diverso tempo a questa parte vive , infatti, una condizione paradossale:
-
proprio quando più forte è la richiesta di formazione qualificata;
-
, proprio quando maggiore è la necessità di imprese e cittadini di accrescere in maniera significativa le competenze possedute per essere una parte essenziale del motore di rilancio della nostra economia che vive un prolungato momento di grande difficoltà, pena il finire irrimediabilmente fuori mercato;
il sistema viene sostanzialmente ridimensionato, in buona parte paralizzato, pesantemente penalizzato da un gravame normativo degno di miglior causa.
Forte sale il grido di dolore della formazione, ma non si vede, nemmeno in lontananza, un Vittorio Emanuele che almeno sembri di volerlo ascoltare.
La grave crisi economica internazionale, ha oggettivamente sconvolto le programmazioni, che anche nel campo della Formazione, i singoli Stati nazionali avevano predisposto per il periodo 2006/2013, ed evidenziato la necessità di profonde revisioni di politiche decisamente non adeguate alla crisi imperante.
A parole ed a tutti i livelli, ciò è stato annunciato con grande clamore, suscitando speranze positive, via via deluse dalla sostanziale immobilità concreta delle Istituzioni che in realtà hanno ben poco operato per dare corpo alle loro stesse affermazioni.
Se è vero che a momenti eccezionali si risponde con iniziative straordinarie, dalle risposte attivate nel nostro Paese, sembra di vivere in una tranquillissima normalità.
Il caso emiliano romagnolo assume, in questo quadro, una caratteristica emblematica in quanto a fronte di ripetuti proclami in materia, l'assessorato regionale ha finito per scegliere una linea di bassissimo profilo, ha ingessato le attività, ne ha impedito l'operatività; tanto che, in buona parte, il 2011 si è caratterizzato come un anno di assoluta stasi, in particolare per la formazione superiore e quella continua che costituiscono una parte essenziale del sistema formativo e sicuramente quello di maggiore ed immediato impatto sulla crisi economica in barba alle affermazioni sulla necessità della crescita buone solo per i convegni.
Molte cose sono state annunciate ma fanno ben misera figura rispetto a quelle realizzate;
La Commissione Europea nella sua proposta di Regolamento FSE per il 2014/2020 riconosce l'importanza del capitale umano come fondamentale motore di crescita e propone di destinare almeno 84 miliardi di euro (sui complessivi 336 proposti e da negoziare con gli Stati membri) per assicurare sostegno concreto a chi ha bisogno di aiuto per trovare un impiego o per migliorare la propria posizione lavorativa e propone di destinare almeno il 75% di questo pacchetto importante di risorse alle cosiddette regioni di transizione ed a quelle più sviluppate, invertendo, nei fatti una
politica volta a premiare le regioni più svantaggiate.
Tutto ciò non è frutto di improvvisa follia, ma della consapevolezza che se non si da effettivo sostegno alle imprese a più alto valore aggiunto per creare nuovamente ricchezza distribuibile, non
sarà per nulla possibile aiutare anche le realtà più in ritardo.
Fortissima, poi, è l'indicazione della stessa Commissione a semplificare la gestione del FSE promuovendo iter più snelli per il rimborso dei costi, rendendoli addirittura obbligatori per i progetti di piccole dimensioni.
Infine, la forte raccomandazione è di non aspettare la nuova programmazione 2014/2020 per attuare queste indicazioni, vitali in un momento difficile come quella che sta attraversando l'intera Europa.
Parole, queste, che inducono speranza; Un vero e proprio “sospiro di sollievo”, ma..... c'è un ma.
Cosa succede, infatti, in Italia ed in particolare nella nostra regione? : tutto il contrario!
Assistiamo ad un tentativo sempre più evidente di “scolarizzare” la formazione facendola assomigliare sempre più ad una brutta copia del certo non particolarmente efficace sistema di istruzione, anche se di ciò, nessuno avverte l'esigenza essendo cosa ben diversa da quel programma di integrazione tra scuola ed FP che pure ha dato in questa regione importanti risultati e per di più con costi elevatissimi, ovviamente non coperti da alcuno!
Assistiamo ad un progressivo appesantimento delle normative burocratiche dalle norme dell'accreditamento a quelle amministrative e finanziarie.
Assistiamo all'espulsione della concorrenza a favore di grandi e pesanti strutture rese costose, in particolare, da normative burocratiche degne di miglior causa e con conseguente calo verticale dell'efficacia e dell'efficienza del sistema.
L'incertezza regna sovrana anche per quel poco di integrazione rimasta (si pensi, ad esempio, all'obbligo formativo in particolare) che vive una stagione di sofferenza grave e di mancanza di una visione strategica che la collochi nel suo giusto ambito.
Assistiamo alla crescente espulsione dal sistema della formazione di strutture formative che non siano strettamente collegate ad organismi che, in un singolare conflitto d'interesse, come parti sociali concordano linee, indirizzi e destinazione delle risorse e poi, cambiando repentinamente la propria giacca, concorrono alle gare indette per realizzare quanto da loro concordato, vincendone, del tutto casualmente la stra-grandissima maggioranza, tanto da assorbire oltre il 90% di tutte le risorse pubbliche disponibili in materia.
Assistiamo alla crescita di un qualcosa che assomiglia sempre di più ad un oligopolio che “se la canta e se la conta” assieme ad una regione che sembra aver rinunciato a dotarsi di una politica in materia o quanto meno evidenza poche idee ma in compenso confuse.
Non vorremmo dare una immagine eccessivamente cupa della situazione, anche se sempre più spesso la realtà supera la fantasia, né tanto meno lanciare accuse indiscriminate verso tutto e tutti e ciò non per timore o piaggeria ma perchè, in realtà, la situazione che stiamo cercando sommariamente di evidenziare è figlia legittima del crollo verticale della capacità di promuovere una politica coerente con il grave momento che stiamo attraversando da parte dell'assessorato alla formazione della Regione Emilia Romagna; di dare indirizzi comprensibili e condivisi dal sistema e non solo da parte di esso, di usare il forte sistema formativo regionale come motore di sviluppo e non già come un fastidioso sistema parassitario.
La mancanza di una politica, è peggio di una cattiva politica anche se una cattiva politica non è il
massimo della vita!
Cosa fare, dunque!
La prima cosa da fare sia ridare voce al sistema, da troppo tempo costretto al silenzio ed a subire decisioni a volte persino surreali.
Come definire, se non surreali, alcune decisioni recentemente assunte come quelle, ad esempio, relative all'istituzione degli ITS, che dovrebbero realizzare in tutta la nostra Regione meno di una decina di bienni oltre il Diploma per formare figure professionali di cui non si conoscono né i contenuti, né le caratteristiche ma che nel frattempo creano nuovi costosissimi carrozzoni con il denaro pubblico drenando importanti risorse senza costrutto alcuno; oppure il recente bando regionale sulla Sicurezza che ha lo scopo non di realizzare iniziative utili a creare maggiore sicurezza sul lavoro ma semplicemente convegni a cura dei soliti noti che debbono spiegare …. quanto è utile la sicurezza sul lavoro!
Cosa dire poi della situazione dei Cassa Integrati per cui in tutto il 2011 non è stato consentito di realizzare nemmeno una attività formativa nonostante esse siano obbligatorie per permettere ai lavoratori in cassa integrazione in deroga di poterne usufruire ed attuare le politiche attive del lavoro tanto sbandierate?
Cosa dire, infine, del silenzio assordante che avvolge tutto il settore della formazione nonostante la gravissima situazione in cui si trova e del fatto che tutte le strutture che non fanno capo ad associazioni datoriali o dei lavoratori per la Regione sembrano non esistere essendo non solo totalmente ignorate ma apertamente osteggiate?
Ecco perchè, innanzitutto, è necessario ridare voce al sistema.
Ridare voce significa aprire un confronto dialettico che scevro dal voler cercare capri espiatori, voglia semplicemente ridare smalto, credibilità ed efficacia ad un sistema che possiede ancora, al suo interno, fantastiche professionalità, passione e capacità, ma che sta sempre più sprofondando nella rassegnazione e nel solo tentativo di mantenere il galleggiamento.
Ridare voce significa non “aumentare i concorrenti per l'assalto alla diligenza dei contributi pubblici” ma finalmente cominciare a valutare l'efficacia delle azioni proposte e non l'infinita pletora di pezzi di carta a cui siamo quotidianamente costretti non per fare le classifiche dei “buoni e dei cattivi” bensì per far riprendere impetuosamente il processo di crescita qualitativo dell'intero sistema usando l'efficacia e la qualità del servizio come parametro di giudizio e non già l'appartenenza a questa o quella associazione.
E' in questo senso, che otto imprese di formazione emiliano-romagnole hanno deciso di dare vita ad un nuovo organismo AIFOR che rappresenti le istanze non corporative né clientelari, ma basate sulla capacità di competere correttamente sulla base di criteri fin troppo ovvi quali la qualità delle proposte, la loro effettiva efficacia, la loro economicità, di chi quotidianamente si confronta con un mercato difficilissimo; con bisogni grandi di accrescimento di competenze; con l'esigenza di dare un nuovo significato alla stessa “socialità” che non può essere solamente assistenza ma soprattutto reale emancipazione.
E' in questo senso che ogni iniziativa che aiutino ad uscire dalle vischiosità di un sistema bloccato, burocratico e spesso inefficiente, che finisce, al di la delle volontà dei singoli spesso tutt'altro che interessati a perpetuare questo sistema ma che non vedono altri possibili sbocchi, per diventare fonte di sperpero di denaro pubblico sempre censurabile ma intollerabile in un momento difficile come quello attuale, non può che essere benvenuta.
Si sarà forse notato che si è usato il termine “Imprese di Formazione”; ebbene non è una casualità legata alla foga del discorso bensì una precisa indicazione di marcia.
Una impresa formativa, infatti, è per sua stessa intrinseca natura innanzitutto impresa: sa che se non produce beni di qualità, concorrenziali con quelli proposti da altri nei prezzi, rispondenti a reali bisogni, non venderà nulla e chiuderà prima o poi i battenti.
Ebbene essere impresa anche in questo campo, significa mettersi in gioco anche sul versante dei propri costi operativi, significa fare ciò che serve e non ciò che è inutile; contribuire a creare ricchezza e non parassitismo.
Se poi l'impresa ha anche caratteristiche sociali e non speculative, ancora meglio perchè aggiungerà ulteriore valore aggiunto e non pesi ulteriori sulle disastrate finanze pubbliche.
Non pensiamo nemmeno per un attimo sia utile ampliare il novero di chi “assalta la diligenza del danaro pubblico” ma che sia finalmente arrivato il momento di ridare dignità ed autorevolezza ad un sistema da troppi anni mortificato, depauperato e svilito, ma che conserva in se energie sufficienti per poter dimostrare di essere fatto di ben altra pasta di quella che molti soggetti interessati vorrebbero far credere.





